Dopo la laurea, il lavoro c’è davvero? Tempi, stipendi e la scelta obbligata di lasciare la propria città

Persone in ufficio con documenti, mappa d'Italia sullo sfondo.Per molti giovani il giorno della laurea rappresenta un traguardo atteso per anni. Ci sono la discussione della tesi, gli applausi, le fotografie con la corona d’alloro e l’orgoglio delle famiglie, che spesso hanno sostenuto sacrifici economici importanti.

Poi, però, arriva il giorno dopo.

Ed è proprio allora che comincia la domanda più difficile: che cosa succede dopo la laurea?

La risposta non è uguale per tutti. C’è chi trova rapidamente un impiego coerente con gli studi, chi attende mesi, chi accetta un lavoro completamente diverso e chi, per costruirsi un futuro, deve lasciare la propria città, la propria regione o addirittura l’Italia.

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La laurea continua ad aiutare, ma non garantisce un lavoro immediato

Partiamo da un dato che non dovrebbe essere dimenticato: studiare conviene ancora.

Secondo il Rapporto AlmaLaurea 2026, a un anno dal conseguimento del titolo risulta occupato l’81,2% dei laureati di primo livello e l’80,8% di quelli di secondo livello. A cinque anni dalla laurea le percentuali superano il 90%, raggiungendo il 91,7% per il primo livello e il 94,4% per il secondo.



Sono numeri incoraggianti, ma devono essere letti con attenzione.

Essere occupati, infatti, non significa necessariamente avere trovato il lavoro desiderato. Non significa avere un contratto stabile, una retribuzione adeguata o una professione realmente collegata al percorso universitario.

Dietro una percentuale positiva possono esserci un tirocinio, un contratto breve, un part-time non desiderato oppure un’attività accettata soltanto perché non erano disponibili alternative migliori.

Quanto tempo occorre per trovare lavoro?

Il passaggio dall’università al mercato del lavoro raramente è immediato e lineare.

Alcuni giovani iniziano a lavorare già durante gli studi. Altri entrano nel mercato dopo la laurea, passando attraverso invii di curriculum, colloqui, tirocini, corsi aggiuntivi, praticantati e periodi di attesa.

Il dato più significativo è che, a un anno dal titolo, circa due laureati su dieci non risultano ancora occupati. Il tasso di disoccupazione rilevato da AlmaLaurea è del 9,2% tra i laureati di primo livello e del 9,3% tra quelli di secondo livello. A cinque anni scende fino al 2,6%.

In altre parole, la laurea produce generalmente i propri effetti, ma spesso ha bisogno di tempo.

Ed è proprio quel tempo a pesare maggiormente sulle famiglie. Un giovane che ha terminato gli studi può trascorrere mesi senza reddito, continuando a dipendere economicamente dai genitori mentre cerca di ottenere la prima vera opportunità.

Non tutti possono permetterselo.

Chi proviene da una famiglia economicamente più solida può attendere il lavoro giusto, svolgere un tirocinio poco retribuito oppure trasferirsi. Chi non dispone delle stesse possibilità è spesso costretto ad accettare il primo impiego disponibile.

Trovare lavoro non significa lavorare per ciò che si è studiato

Uno dei problemi più seri è il disallineamento tra formazione universitaria e professione svolta.

A un anno dalla laurea, il 39,4% degli occupati con un titolo di primo livello svolge un’attività nella quale utilizza poco le competenze universitarie e per la quale la laurea non è formalmente richiesta. Tra i laureati di secondo livello la quota è del 32,5%. Dopo cinque anni il fenomeno resta quasi invariato per i laureati di primo livello, al 39,2%, mentre scende al 25% per quelli di secondo livello.

Questo significa che moltissimi ragazzi lavorano, ma non nel settore per il quale hanno studiato.

Non è necessariamente una sconfitta. Le competenze acquisite all’università possono essere utilizzate anche in ambiti differenti e molte carriere nascono attraverso percorsi imprevedibili.

Il problema nasce quando il cambiamento non è una scelta, ma una rinuncia.

Quando un laureato inizia a svolgere un lavoro che avrebbe potuto ottenere anche senza quel titolo, con poche possibilità di crescita e una retribuzione modesta, è legittimo chiedersi se il sistema sia riuscito davvero a valorizzare gli anni dedicati allo studio.

AlmaLaurea rileva che soltanto il 60,4% dei laureati di primo livello e il 67,4% di quelli di secondo livello considera la laurea molto efficace o efficace rispetto al lavoro svolto.

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È un risultato discreto, ma lascia fuori una parte troppo ampia di giovani.

Gli stipendi iniziali restano bassi

Anche quando il lavoro arriva, la retribuzione può essere deludente.

A un anno dal titolo, lo stipendio medio mensile netto è di 1.491 euro per i laureati di primo livello e di 1.495 euro per quelli di secondo livello. A cinque anni sale rispettivamente a 1.796 e 1.903 euro. Considerando l’inflazione, però, le retribuzioni reali dei neolaureati sono diminuite nell’ultimo anno.

Quasi 1.500 euro al mese possono sembrare una base accettabile. Ma diventano pochi quando il giovane deve trasferirsi in una grande città, pagare un affitto, sostenere le spese di trasporto e vivere senza il sostegno della famiglia.

In molti casi il problema non è soltanto trovare lavoro. È riuscire a mantenersi con quel lavoro.

L’indipendenza economica viene così rinviata. Si resta più a lungo nella casa dei genitori, si rimanda la formazione di una famiglia e diventa difficile persino programmare il futuro a breve termine.

Il luogo in cui si nasce continua a fare la differenza

Nel nostro Paese il destino professionale di un laureato dipende ancora troppo dal territorio.

Secondo AlmaLaurea, a parità di altre condizioni, chi risiede al Nord ha una probabilità di lavorare superiore del 34,8% rispetto a chi vive nel Mezzogiorno. Considerando l’area geografica dell’ateneo, il vantaggio sale al 55,9%. Chi lavora al Nord guadagna inoltre mediamente 68 euro netti in più al mese rispetto a chi è occupato nel Sud.

Anche l’Istat conferma la distanza territoriale. Tra i laureati di età compresa tra 30 e 34 anni, nel 2024 il tasso di occupazione era del 91,1% al Nord e del 73,3% nel Mezzogiorno: quasi diciotto punti di differenza.

Questa disparità trasforma il trasferimento in una scelta quasi obbligata.

Molti ragazzi non lasciano il proprio paese perché desiderano vivere altrove. Partono perché le opportunità si trovano altrove.

Abbandonano città più piccole, famiglie, amici e legami costruiti durante una vita. Si spostano verso Milano, Roma, Bologna, Torino o verso le principali aree industriali del Nord. Altri guardano direttamente all’estero.

Per una grande città che acquisisce un giovane laureato, esiste spesso un piccolo comune che perde una delle sue risorse migliori.

La fuga dei laureati non è più un fenomeno occasionale

La mobilità può essere un’esperienza positiva. Conoscere nuovi ambienti, confrontarsi con mercati più dinamici e costruire una carriera internazionale rappresenta un’opportunità.

Ma la mobilità è davvero positiva solo quando è libera.

Quando partire diventa l’unico modo per ottenere uno stipendio dignitoso, non siamo più davanti a una scelta personale. Siamo davanti a un fallimento del territorio.

La Commissione europea ha evidenziato che, tra il 2014 e il 2023, oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero. Tra questi vi erano 367.000 giovani tra 25 e 34 anni e quasi 146.000 laureati. Nello stesso periodo il saldo tra laureati partiti e rientrati ha prodotto una perdita netta di circa 97.000 giovani altamente qualificati. Nel solo 2023 sono emigrati 21.000 laureati tra 25 e 34 anni.

Non stiamo parlando soltanto di numeri.

Parliamo di medici, ingegneri, ricercatori, insegnanti, informatici, professionisti e giovani preparati con risorse pubbliche e familiari, che finiscono per mettere le proprie competenze al servizio di altri territori.

L’Italia investe nella loro formazione, ma troppo spesso non riesce a offrire loro una ragione sufficiente per restare.

Il paradosso italiano: laureati che non trovano il lavoro giusto e imprese che non trovano laureati

Esiste poi un apparente paradosso.

Da una parte, numerosi giovani affermano di non trovare opportunità coerenti. Dall’altra, le imprese dichiarano di avere difficoltà nel reperire alcune professionalità.

Per il 2025 le aziende private avevano programmato 673.000 ingressi destinati a persone laureate. Tra gli indirizzi più richiesti figuravano economia, insegnamento e formazione, sanità, ingegneria industriale, ingegneria civile e architettura. Risultavano particolarmente difficili da trovare farmacisti, medici specialisti, matematici, statistici, analisti dei dati, informatici, ingegneri e professionisti sanitari.

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Significa che il problema non è soltanto la mancanza di lavoro.

Esistono anche un orientamento insufficiente, percorsi formativi non sempre collegati alla domanda reale, aziende concentrate in alcune aree e offerte economiche che talvolta non risultano abbastanza convenienti da giustificare un trasferimento.

Non basta dire che una figura professionale è “introvabile”. Bisogna anche domandarsi quale contratto venga offerto, quale stipendio, in quale città e con quali prospettive.

Un tirocinio può cambiare il futuro di un laureato

Tra i dati più interessanti emerge il valore delle esperienze pratiche.

Per i laureati di primo livello, il tirocinio curriculare può quasi dimezzare il rischio di svolgere un lavoro non coerente con gli studi: la quota passa dal 50% tra chi non ha effettuato un tirocinio al 27% tra chi lo ha svolto con soddisfazione. Anche i servizi universitari di orientamento al lavoro aumentano del 10,1% la probabilità di essere occupati a un anno dalla laurea.

Questa è una strada concreta.

L’università non può limitarsi a consegnare conoscenze e un titolo. Deve accompagnare maggiormente gli studenti nell’ingresso nel mondo del lavoro, creare rapporti autentici con imprese e amministrazioni, offrire tirocini di qualità e spiegare quali competenze saranno realmente richieste.

L’orientamento non dovrebbe iniziare il giorno della laurea. Dovrebbe cominciare prima ancora dell’iscrizione all’università.

Non dobbiamo dire ai giovani che hanno sbagliato a studiare

Di fronte alle difficoltà occupazionali, si sente spesso ripetere che “la laurea non serve più”.

È una conclusione superficiale e pericolosa.

I dati mostrano che i laureati hanno tassi di occupazione più elevati e tassi di disoccupazione più bassi rispetto a chi possiede un titolo di studio inferiore. Nel 2024 risultava occupato l’84,7% dei laureati tra 25 e 64 anni, contro il 74% dei diplomati.

Il problema, dunque, non è avere studiato troppo.

Il problema è un Paese che non sempre riesce a trasformare lo studio in opportunità, autonomia e mobilità sociale.

Non possiamo chiedere a un giovane di studiare per anni, acquisire competenze, imparare lingue, svolgere tirocini e poi considerare normale che debba accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi salario e in qualsiasi luogo.

Dopo la laurea deve esserci una possibilità, non una promessa

La laurea non può garantire automaticamente il posto fisso e nessun percorso di studi può eliminare il rischio o la competizione.

Ma uno Stato serio deve almeno creare condizioni eque.

Deve ridurre il divario tra Nord e Sud, favorire la nascita di imprese innovative anche nei territori periferici, rendere più semplice l’ingresso dei giovani nella Pubblica Amministrazione, sostenere la ricerca e premiare le aziende che assumono stabilmente profili qualificati.

Deve inoltre garantire salari compatibili con il costo della vita e rendere il lavoro a distanza una possibilità reale, quando le attività lo consentono. Lo smart working potrebbe permettere a molti giovani di lavorare per aziende nazionali o internazionali senza dover necessariamente abbandonare il territorio in cui sono cresciuti.

Dopo la laurea non dovrebbe esserci un lungo corridoio fatto di attese, lavori gratuiti, contratti fragili e partenze obbligate.

Dovrebbe esserci almeno una porta.

Non necessariamente quella sognata all’inizio. Ma una porta vera, dignitosa e capace di condurre verso l’indipendenza.

Perché ogni volta che un giovane preparato è costretto ad andarsene non perde soltanto la sua città.

Perdiamo tutti noi.

Giuseppe Arlotta
Editore e fondatore di ConcorsiPubblici.net

Ultima modifica il 28 Luglio 2026 da Giuseppe Arlotta

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